Questo è un racconto di fantasia. Mescola elementi realmente accaduti e fatti del tutto inventati. Se sei una persona fantasiosa e hai delle nuove e perverse idee da proporre, contattami a wc4trainer@gmail.com!
Venerdì 1 aprile 2005, 18,50. Punto di vista di Marco.
Sono in auto davanti alla stazione, sto aspettando che arrivi Daniele, il nuovo schiavo del Padrone. Sarà lui, sembra, a sostituirmi.
Quando ieri pomeriggio mi ha chiamato A. sono rimasto un po’ sorpreso, però sapevo già che era lui il candidato. Mi dispiace dover lasciare, devo ammetterlo.
Al telefono, ieri, A. mi ha chiesto di aiutarlo.
- Mi farebbe piacere se tu potessi darmi una mano con il suo addestramento. E’ una persona molto timida, inesperta, probabilmente più di te quando abbiamo iniziato.
- Sì, capisco, non c’è alcun problema.
- Se tu sei cerebrale il 25% e fisico il 75%, lui è il contrario, anzi, forse è cerebrale anche l’80%.
- Sarà ancora più difficile, allora, immagino.
- Sì, infatti. Ma sai anche quanto a me piaccia l’aspetto psicologico, che ho cercato di sviluppare in te ma che non hai mai voluto sviluppare più di tanto.
- Ma no, dai, quando abbiamo iniziato, tanto per usare le tue percentuali, ero sul lato fisico un 90%!
- Può essere, in effetti. Comunque, con Daniele, ho intenzione di avviare un rapporto diverso. Voglio riuscire a creare un rapporto 24/7, un controllo continuo e forte. Per uno mentale come lui credo sia la soluzione migliore.
- Beh, è molto pesante, però. Cioè, pesante anche per te!
- Hai ragione, però credo di essere pronto per fare questo passo. Questi due anni che abbiamo passato insieme sono serviti anche a me. Ho conosciuto aspetti della mia sessualità che mai avrei immaginato.
- Tipo?
- Mmmm, per esempio, la bisessualità. Se ricordi, quando ci siamo conosciuti ero etero, avevo giocato solo sporadicamente con dei maschi. Adesso sento che la mia parte gay si è allargata molto, ahahah, detto così sembra un doppio senso, ahahaha!
- Ahahahahah!
- Comunque, mi piacerebbe provare un rapporto più profondo con uno schiavo. Con te è diverso, ci vediamo un venerdì sì ed uno no, poi ognuno fa quello che vuole. E’ più facile così. Con Daniele sento di potermi spingere più avanti, sia con il controllo che con le pratiche.
- Sì, capisco. Potrebbe funzionare. Anzi, potrebbe essere una bella via da percorrere.
- Sì, lo penso anch’io.
- E come credi che dovrei aiutarti?
- Prima di tutto, cerca di rassicurarlo, di fargli capire che è al sicuro. Credo che questa sia la parte più importante. Poi, da un punto di vista più pratico, insegnagli quello che conosci, concentrati soprattutto con l’aspetto formale, le regole, insomma, con la parte mentale, che è quella che lo eccita e lo stimola.
- Sì, infatti, immaginavo. Certo, non sarà facile tra noi due, si crea un rapporto di complicità diverso, sarà difficile giocare adesso.
- Dici? Potrebbe, sì. Comunque, proviamoci, dai. In qualunque momento, se hai qualche dubbio, mettimi al corrente, anche durante il gioco.
- Va bene.
- Grazie mille, Marco!
- Figurati, ci vediamo domani!
- Ok, mi raccomando, il treno arriva alle 18,48! Lo riconoscerai?
- Sì, sì, non preoccuparti! Ciao!
E così, eccomi qua, complice di A. nell’addestramento di Daniele. Chi l’avrebbe mai detto!
Lo intravedo tra alcune persone, suono il clacson e con una mano gli faccio cenno che sono io. Lui mi riconosce e sale in auto, evidentemente in imbarazzo.
- Ciao.
- Ciao, io sono Marco.
- Daniele.
- Senza cappuccio non mi avresti mai riconosciuto, vero?
Cerco di metterlo a suo agio.
- Già, vero!
- Almeno sai che con un cappuccio si può essere effettivamente anonimi, no?
Cerco di sdrammatizzare esagerando un po’ le battute e sorridendo, mentre mi inserisco nel traffico per uscire dalla città.
- Abbiamo più di mezz’ora per arrivare, dovremmo fare in tempo. Il Padrone non sopporta i ritardi!
Lo sento irrigidirsi.
- Teso, eh?!
- Eh sì, un po’ nervoso! Anzi, ho proprio paura!
- Ma no, dai, non preoccuparti! Il Padrone è una persona bravissima, vedrai!
- Sì, quello l’ho visto, però ho paura di non riuscirci, di deluderlo, di fare figuracce...
- Senti, sul riuscirci o meno, la cosa importante è che tu ti lasci andare, non stare troppo a razionalizzare o a pensare di voler fare chissà cosa. Devi solo essere te stesso, lasciare fuori le convenzioni, le abitudini, le ipocrisie. L’unico modo per deluderlo è nemmeno provarci, nemmeno tentare di giocare. All’inizio la tensione e la non conoscenza delle persone non aiuta, però vedrai che ogni volta andrà sempre meglio, ti divertirai sempre di più. Io, per esempio, non sai quanto sia dispiaciuto di dover andare via. All’inizio avevo una paura cane, poi con il tempo è stato sempre più bello e appagante e adesso rimpiango già il Padrone e la sua cascina...
- Ma perché devi andare via?
- Trasferimento di lavoro. Torno a casa. Due anni fa avrei pagato per essere trasferito nella mia città natale, adesso, invece...
- Ma non potresti rifiutare?
- Il fatto è che vengo trasferito perché passo ad un altro incarico, quindi ne va della mia carriera, non posso rinunciare!
- Capisco.
- Dai, intanto ti dico cosa faremo appena arrivati, mancano 20 minuti.
- Ok.
- Il Padrone sarà sicuramente in casa. Noi, parcheggiata l’auto, andremo nella camera sopra la stalla. E’ la che dobbiamo prepararci, sempre. Ricordalo.
- Va bene.
- C’è un vecchio armadio e un comò. Dentro ci sono tutte le attrezzature che ci servono. Per prima cosa ci spogliamo completamente, compresi eventuali anelli, collane, ecc. Poi, ci vestiamo come ordinato dal Padrone. Nel mio caso, cappuccio, collare, polsiere, cavigliere, catene, cintura di castità. Nel tuo caso dovremmo trovare le istruzioni da parte del Padrone. Tutte le nostre cose vanno in una valigetta, chiusa a chiave e messa sotto al comò. Spero ci sia una valigetta anche per te. Una volta pronti, se non ci sono biglietti con istruzioni, dobbiamo scendere nella stalla, incatenarci nel cubicolo e aspettare in ginocchio. O, almeno, questo è quello che vale per me, ma credo che per te sia la stessa cosa, comunque vedremo.
A questo punto del mio racconto, Daniele è evidentemente agitato, anzi, nel panico.
- Ehi! Stai calmo! Non è niente, dai!
- Sì, sì. Mamma mia che paura!
- Ahahahah, lasciati andare!
- Senti, ma se avessi bisogno di andare in bagno?
- Nel cubicolo, nella stalla, c’è un secchio apposta.
- Non posso usare il bagno, nemmeno prima di iniziare?
- Hai già iniziato, mi sembra!
- Oddio!
- Stai tranquillo! Nel cubicolo c’è un secchio apposta, vedrai, è facile. E se ti sporchi pazienza!
- Speriamo bene!
- Ma sì!
- E poi che succede? Quanto dobbiamo aspettare?
- Questo non lo so, ogni volta è diverso. Probabilmente aspetteremo in ginocchio 10-15 minuti al massimo. Poi verrà il Padrone e inizierà il divertimento!
- Eh, speriamo! Ma quando arriva il Padrone cosa dobbiamo fare?
- Niente, devi rimanere fermo, in ginocchio e, mi raccomando, il capo chino, devi guardare per terra. Se lui appoggia lo stivale sulla barra in basso del cancello, te lo lecchi. Vedesti la volta scorsa come feci io, vero?
- Sì, ricordo.
- Bene.
Arriviamo pochi minuti prima delle 19,30, fortunatamente puntuali.
Parcheggio l’auto accanto a quella di A. e poi conduco Daniele nella stalla, e poi di sopra. Era visibilmente agitato, tremava. Gli prendo la mano dicendogli di stare tranquillo, che andrà tutto bene. Gli sorrido, spero di averlo calmato, un po’.
Accendo la luce della stalla, una debole e fioca luce proveniente da una lampadina appesa in mezzo alla stanza. Gli faccio vedere l’interruttore. Stessa cosa per la luce delle scale e delle stanze di sopra.
Arrivati nella camera da letto, inizio a spogliarmi e lui mi imita. Gli faccio vedere dove mettere i vestiti, il Padrone aveva preparato due valige. Le chiudiamo e le mettiamo sotto al comò. Dal secondo cassetto estraggo tutta la mia attrezzatura. Il cassetto era stato diviso in 2 scomparti, sicuramente A. lo aveva preparato. Accanto, infatti, trovo un sacchetto di plastica, sopra, con un pennarello, c’è scritto “schiavo cesso”.
- Questa è la tua roba. Magari prima mi preparo io, poi aiuto te, almeno hai ancora qualche minuto di tranquillità!
- Ok, va bene.
Daniele guarda con nervosismo il sacchetto di plastica, chissà cosa pensa ci sia dentro...
Indosso la mia tuta da lavoro, blu.
- L’altra volta non indossavi la tuta.
- Sì, vero, ma era di giorno. In genere, se non è troppo freddo, il Padrone non me la fa indossare. Però la sera ancora è freddo, quindi la devo indossare. Anzi, se fosse per il Padrone, la indosserei sempre, ha un vero e proprio amore per le tute da lavoro!
Finisco di indossare tutto quanto, la cintura di castità, come al solito, richiede un po’ di tempo, il cazzo che è sempre un po’ eccitato! Chiudo tutti i miei lucchetti, sistemo le catene e sono pronto per aiutare Daniele, che mi guarda come un alieno!
- Vediamo cosa c’è per te.
Tiro fuori il sacchetto di plastica e lo svuoto sul letto.
- Guarda, la mia prima cintura di castità!
Prendo la CB-2000, leggera e comoda, rispetto alla mia metallica.
Insegno a Daniele come indossarla, prendendo il lubrificante che uso anche per me. E’ così impaurito che non ci sarebbe nemmeno bisogno della cintura!
Sistemata la cintura, prendo la tuta da lavoro: è diversa dalla mia, Daniele alla sua vista avvampa, le guance rosse, vergognoso. La sua tuta, marrone chiaro, invece della cerniera, è chiusa con una lunga fila di grandi bottoni, che vanno dal collo fino in basso e dietro, l’ultimo sopra al culo in alto. Lo guardo mentre con mani tremanti si abbottona la tuta, e intravedo un piccolo sussulto del suo pene. Gli sta abbastanza precisa, anzi, quasi piccola, aderente, non è male!
Poi, gli metto le cavigliere e le polsiere, poi il collare, attacco le catene, le collegherò tra di loro quando saremo nella stalla, almeno è più facile camminare! Infine, niente cappuccio ma una specie di cuffia di gomma, che gli metto raccogliendogli i capelli dentro. Mai usata con me, chissà perché! Una volta messa è buffo vedere il suo volto rosso incorniciato dalla cuffia!
- Vieni, ci siamo, stai tranquillo e ricordati cosa devi fare.
Lo prendo per mano e scendiamo di sotto. Lo conduco dentro al cubicolo, quello affianco del mio.
- Mettiti in ginocchio qui.
Una volta inginocchiato, chiudo con un lucchetto la catena tra le caviglie, poi gli metto le mani dietro alla schiena e chiudo il lucchetto tra le polsiere. Infine uso l’ultimo lucchetto per fissare la catena del collare alla sbarra del cancello.
- Ecco fatto. Rimani in questa posizione e ricordati di tenere il capo chino.
- Va bene, grazie!
Lo guardo con un po’ di pena, è talmente agitato che vorrei poter fare qualcosa di più per tranquillizzarlo. Gli do una pacca sulla spalla e vado nel mio cubicolo, dove mi sistemo in posizione, in attesa del Padrone.
Aspettiamo più del solito, come sempre le ginocchia iniziano ad essere indolenzite. Sento Daniele che respira con un po’ di affanno, l’attesa lo snerva. Un paio di volte lo sento spostare il peso sulle ginocchia, le catene tintinnano. Imparerà anche questo.
Poi, finalmente arriva il Padrone, nella sua immancabile divisa: tuta da lavoro sporca, stivaloni di gomma, guanti di gomma e frustino in mano. Si ferma a guardarci, probabilmente si gode lo spettacolo: due schiavi tutti per se!
Si avvicina al mio cubicolo, appoggiando lo stivale sulla sbarra. So cosa fare. Poi, senza darmi troppo tempo, si sposta nel cubicolo accanto e sento il suo stivale appoggiarsi pesantemente sulla sbarra del cancello di Daniele. Rimane più a lungo, probabilmente vuole dargli più tempo, ma non posso vedere, il muro ci divide.
- Bene così, schiavo cesso.
Silenzio.
Il Padrone fa alcuni passi davanti alle nostre celle.
Poi torna davanti a Daniele:
- Sono felice che tu sia qui, schiavo cesso. Spero che tu impari a diventare un bravo schiavo cesso.
Silenzio.
- Beh, non dici niente?
Daniele prova a dire qualcosa, poi si schiarisce la gola, poi balbetta a voce bassissima un “Grazie, Signore”.
- Non ho sentito, cesso!
- Grazie... Signore... – a voce un po’ più alta.
- Prego...
Torna da me, apre il lucchetto della catena del collare e mi fa uscire dalla cella.
- Al centro.
Strisciando sulle ginocchia arrivo al centro della stanza, mentre il Padrone apre tutti i lucchetti di Daniele e, a quattro zampe, lo porta vicino a me.
Mi fa alzare e mi lega i polsi, ancora dietro alla schiena, ad una catena dal soffitto, che tira in alto, fino a farmi assumere una faticosa posizione con la schiena piegata di 90 gradi e le braccia stirate dietro in alto.
Poi, si siede sulla schiena di Daniele, che rimane immobile.
Il Padrone aspetta un paio di minuti, vedo Daniele tremare per lo sforzo, poi il Padrone si alza e viene dietro di me. Con calma, mi impartisce una serie di staffilate sul sedere, coperto dalla tuta e quindi meno sensibile.
Poi, si avvicina a Daniele, che rimane immobile mentre Lui gli sbottona i bottoni della tuta, partendo dall’ultimo dietro, sopra al culo. Gli mette allo scoperto il culo e con la punta del frustino lo stuzzica proprio sul buco del culo. Poi gli da alcuni colpetti sulle natiche, niente che sembri doloroso.
- Basta così, per adesso. In cucina.
Siamo entrambi supini sotto al tavolo, lecchiamo ciascuno uno stivale, mentre il Padrone finisce la sua cena.
Appena arrivati in cucina il Padrone aveva preteso che indossassimo la “divisa da lavoro” completa. In genere non era così formale con me, però adesso, con il nuovo schiavo, voleva essere il più formale possibile. E così, prima di legarci i polsi sul davanti, ci aveva fatto indossare i pesanti guanti di gomma e il pesante grembiule di gomma. Daniele sembrava sempre terribilmente in imbarazzo!
Anche adesso, accanto a me intento a leccare il suo stivale, è rosso in volto. Vedo anche la fatica per la posizione, non è abituato.
- Bene così. Fuori.
Usciamo da sotto il tavolo e ci posizioniamo in ginocchio, le mani in grembo.
Seguendo le istruzioni del Padrone, prendiamo le ciotole, ciascuno la propria. Il Padrone ha fatto scrivere sulla ciotola di Daniele la parola “cesso”. Seguendo il mio esempio, Daniele porge la ciotola verso il Padrone, che con tutta calma prende gli avanzi e li distribuisce sulle due ciotole. Poi, prende la pentola con il riso che ci aveva ordinato di preparare, riso scotto e senza sale. Ne versa due generose porzioni sopra agli avanzi e mescola bene. Quindi, si sciacqua la bocca con dell’acqua e la sputa sulla mia ciotola, ripete l’operazione e la sputa su quella di Daniele, che vedo trattiene il respiro.
A questo punto ci fa cenno di appoggiare la ciotola per terra. Si sbottona la tuta e si accovaccia sopra la mia ciotola, regalandomi due gustosi stronzi di merda, che affondano nel riso. Completa il condimento con una pisciata.
Daniele trattiene il fiato, impaurito.
- No, cesso, per te niente, ancora non ne se degno!
In compenso lascia cadere uno sputo sul mucchietto di riso di Daniele, che guarda con due occhi spalancati e il fiato corto, ancora più rosso in viso, se possibile. Il Padrone, con un piede, spinge le due ciotole una accanto all’altra e poi:
- Mangiate!
Mi chino e inizio a prendere in bocca la poltiglia, il sapore forte e piacevolmente disgustoso. Ormai sono abituato, arrivo persino a sentirne il bisogno. Ma Daniele, vedo che fa fatica, disgustato dal puzzo che emana la mia ciotola. Più volte sembra sul punto di vomitare, si trattiene e lentamente mangia il suo pasto.
- Lecca per bene, cesso! Devi leccare la mia saliva, il mio spunto. Ricordati che sei un lurido cesso e che il dono che ti ho fatto deve essere onorato, goduto.
- Si, Signore – sussurra, cercando di leccare il liquido nella ciotola.
- Bravo, così, lecca per bene, prendi dentro te la mia saliva... Bene, cesso, lecca tutto quanto...
La serata è proseguita in soggiorno, dove ho fatto un bel pompino al Padrone, ne avevo una voglia matta! Il Padrone ne ha approfittato per mostrare a Daniele come va fatto: con le mani legate dietro alla schiena lo prendo con la sola bocca, lo lecco dolcemente, assaporante il sapore e l’odore, poi man mano che si inturgidisce lo abbraccio con le labbra, sempre più profondamente, sino a dove posso, respingendo il riflesso di vomito o il senso di soffocamento quando la cappella mi arriva in gola. Lo succhio profondamente, con le labbra ben serrate e stuzzicandolo senza sosta con la lingua.
Daniele guardava terrorizzato dall’idea che avrebbe potuto prenderlo in bocca, cosa che il Padrone invece non ha fatto. Sicuramente non vuole spingere troppo sull’acceleratore.
Dopo averlo succhiato a lungo, senza farlo venire, il Padrone ha guardato un po’ la televisione, usando Daniele come poggiapiedi e me come servo, portandogli da bere e tenendogli il vassoio a portata di mano. Non è facile stare fermi in ginocchio, le braccia legate davanti e tenere il vassoio immobile. Dopo una decina di minuti i muscoli iniziano ad essere indolenziti e dopo mezz’ora è una vera e propria tortura.
Stancatosi della tv, il Padrone, vista anche l’ora, decide che è quasi ora di andare a dormire. Ma prima mi fa di nuovo succhiare il Suo magnifico cazzo e, una volta bello duro, mi fa piegare, appoggiato con il petto sullo schienale della poltrona e mi apre la cerniera sul culo.
Senza troppi complimenti, mi incula, facendomi mugolare di piacere e di dolore. Daniele guarda, con i suoi occhi grandi, cercando forse di capire cosa stia provando.
- Guarda bene, cesso, perché presto sarai te al posto dello schiavo. Ti monterò come una troia e imparerai a godere e provare piacere da questo atto, guarda...
Apre ancora di più la mia cerniera, fino a tirare fuori il mio cazzo chiuso nel tubo di ferro. Dal foro in cima al tubo fuoriusciva un filamento di liquido pre-spermatico, conseguenza di 2 settimane di castità e della stimolazione prostatica che stavo subendo con l’inculata. Oltre che, naturalmente, dell’eccitazione forte che stavo vivendo.
- Vedi, il porco, come sta godendo?
Daniele, accanto a noi, in ginocchio, sembrava vergognarsi per me, però sembrava anche eccitato.
Il Padrone allunga la mano e raccoglie il poco liquido che fuoriesce dalla mia cintura di castità, poi si pulisce sulla tuta di Daniele, che trattiene il fiato!
- Te la sporcherò tutta, la tuta da lavoro. E non ti permetterò di lavarla o pulirla in alcun modo. Dopo tutto sei un cesso e devi vivere come un lurido cesso schifoso!
Il Padrone aumenta l’andatura, ficcandomi il cazzo profondamente nel culo, e, dopo meno di un minuto, esplode in un poderoso orgasmo, che mi riempie l’intestino di sborra.
Una volta calmatosi, mi fa mettere in ginocchio e si fa ripulire il cazzo con la mia bocca: lo lecco completamente, lavando via ogni traccia della mia merda e cercando di mungerlo per spremere le ultime gocce di sperma. Il Padrone mi ferma e si volge verso Daniele, tenendo il cazzo alla base. Spremendo dolcemente riesce e far uscire un ultimo globo di sperma, che ripulisce sulla punta del colletto della tuta di Daniele, che rimane fermo, trattiene il fiato.
- Cesso, come ti ho detto, devi imparare ad indossare tutti i miei odori, i miei sapori, i miei fluidi. In questi giorni cercherò di essere non troppo severo, voglio che tu ti abitui pian piano. Però sappi che è mia intenzione essere intransigente e rigido, ti condurrò nella sottomissione in modo fermo e rigoroso. Te ne renderai conto giorno dopo giorno. Però non fare l’errore di pensare che questa mia generosità sia la norma. Diciamo che è un modo per abituarti e darti il benvenuto. Capito?
- Sì, Signore, grazie Signore.
- Bene. Aspettatemi nella stalla, fuori dai cubicoli.
Siamo nella stalla, Daniele è un po’ più tranquillo. Gli chiedo come sta e lui mi risponde che va tutto bene, cerca di sorridere e di sentirsi sicuro, ma naturalmente rimane sulle spine.
Aspettiamo oltre 20 minuti, poi entra il Padrone.
- Allora, stanotte dormirete entrambi nella stalla, almeno te, schiavo, potrai controllare se il cesso ha problemi o bisogno di qualcosa, ok?
- Sì, Signore.
- In caso di bisogno, c’è il telecomando con l’allarme, lo tieni te, schiavo, va bene?
- Sì, Signore. Grazie, Signore.
- Tu, cesso, se hai qualche problema chiama lo schiavo, avvertilo immediatamente, ok?
- Sì, Signore.
- Poi, vediamo un po’. Lascio accesa la stufetta, la notte è ancora abbastanza freddo. Schiavo, prendi le coperte, di sopra, e prendi anche il materassino per il cesso, non è abituato a dormire per terra e non voglio che domani sia tutto dolorante senza che sia stata colpa mia!
Salgo su di sopra, nella camera, e dall’armadio prendo due rozze coperte di lana e, arrotolato da una parte, il materassino. Tornato di sotto, seguendo le istruzioni del Padrone, srotolo il materassino e lo metto nella cella di Daniele, cercando di posizionarlo come mi sembra meglio. Ci lascio sopra anche una coperta.
- Se hai bisogno di fare i tuoi bisogni, lo schiavo ti insegnerà come fare. Prima di sistemarvi per la notte, un’ultima cosa.
Sotto il braccio aveva un sacchetto. Lo apre e tira fuori un camice da lavoro marrone.
- Indossalo, cesso.
Daniele, un po’ spaesato, forse eccitato, di sicuro in imbarazzo, indossa il camice marrone, tra l’altro un modello da donna, per via della lunga abbottonatura a sinistra, leggermente avvitato e stretto. Mentre abbottona il camice, il Padrone continua:
- Questo è un mio regalo di benvenuto, so che hai questo fetish. Inoltre, ti proteggerà dal freddo di questa notte, lo schiavo è abituato invece! E adesso in cella!
Ci sistemiamo nei cubicoli, con la testa rivolta verso il cancello. Il Padrone ci chiude prima i lucchetti delle caviglie, senza catena, in modo che le caviglie siano a contatto tra di loro, limitando al massimo i movimenti. Poi le polsiere, sul davanti, e infine la catena del collare al cancello.
Prigionieri ma felici, siamo pronti per dormire.